pourquoi il y a deux choses plutôt que rien?

Appena ho chiamato la pietra
pietra,
dietro di essa appare
diafana, fantasmatica,
come una sua ombra chiara,
una seconda pietra, più leggera,
che è facile scambiare per la prima.
La raccolgo,
ci dormo sopra,
la getto via.
Mi appartiene, non si può opporre.
Della mia pietra
faccio quel che voglio.
Ma non pesa niente.
Pesante è l'altra,
la prima,
che non mi dà retta,
che non ha nome,
Hans Magnus Enzensberger
Posso scalare sette montagne
posso salire al settimo piano
posso calarmi sette lasagne
posso star fermo e andare lontano
sentendo scorrere ogni secondo di sette ore
se c’è un’amica che chiamo amore.
oggi ho letto il post del 21 settembre nel blog di Francesco Pecoraro Il Poeta francese delle pietre in equilibrio
spero mi perdoni se gli ho rubato la foto:

da Intersezioni di Giovanni Fazzini

Tutto avvenne un giorno di cui non v’è memoria, un giorno in cui non v’era occhio per vedere né orecchio per udire. Cadde la pietra all’acqua e salì dal fondo al cielo mentre il rombo si frangeva in un riverbero ubiquo. Mai furono uno, Specchio ed Eco, in quella notte dei sensi; ma solo due e molti nell’invisibile inascoltato.

Quella sera, ormai tardi, Ricardo Reis scrisse alcuni versi, Come pietre che sul bordo delle aiuole mette il fato, e lì restiamo, questo solo, più tardi avrebbe visto se da così poco sarebbe riuscito a ricavarne un'ode, per continuare a dare questo nome a composizioni poetiche che nessuno saprebbe cantare, ma erano poi cantabili, e con che musica, com'erano state quelle dei greci, ai tempi loro. Vi aggiunse ancora, mezz'ora dopo, Compiamo ciò che siamo, nulla di più ci è dato, e scostò il foglio di carta, mormorando. Quante volte l'avrò già scrito in altri modi.
José Saramago "L'anno della morte di Ricardo Reis"

[tratto da “Breve storia di quasi tutto” di Bill Bryson]:
James Hutton, quasi da solo, e in modo assolutamente geniale, inventò la geologia e trasformò la nostra comprensione della Terra.
Purtroppo, non aveva il dono di saper esporre le proprie idee in una forma che fosse anche solo vagamente comprensibile a qualcuno. All’atto pratico, ogni riga dei suoi scritti è un invito al sonno. Eccolo nel suo capolavoro del 1795 “A theory of the Earth with Proofs and Illustrations” che illustra… be’, qualcosa illustrerà pure…
“Il mondo che abitiamo è composto dai materiali, non della terra che ha immediatamente preceduto la presente, ma della terra che, a partire dal presente, consideriamo come la terza e che aveva preceduto il terreno che si trovava sulla superficie del mare, quando la nostra terra presente si trovava ancora sotto l’acqua dell’oceano”
Nel 1785 Hutton trascrisse le sue idee in un lungo articolo, che lesse in una serie di riunioni tenute presso
“In un caso, la causa della formazione sta nel corpo che è separato; poiché, dopo che il corpo è stato attivato dal calore, è per la reazione della materia propria del corpo, che viene formata la fenditura che costituisce la vena. Nell’altro caso ancora, la causa è estrinseca in relazione la corpo nel quale si forma la fenditura. Ci sono state le più violente fratture e spaccature, ma la causa è ancora da individuare, e non sembra risiedere nella vena, poiché i minerali, o le sostanza proprie delle vene mineralifere non si trovano in tutte le fratture e le faglie del corpo solido della nostra Terra”.
Inutile dire che quasi nessuno degli ascoltatori aveva la più pallida idea di cosa stesse dicendo.
Gli amici nutrivano la commovente speranza che avvalendosi di un modello più esteso avrebbe potuto raggiungere una maggior chiarezza, e lo incoraggiarono a espandere la sua teoria. Hutton passò i successivi dieci anni a preparare il suo opus magnum, che fu poi pubblicato in due volumi nel 1795.
Insieme, i due volumi arrivavano quasi a un migliaio di pagine ed erano – il che è straordinario – peggiori di quanto i più pessimisti fra i suoi amici avessero temuto. A parte tutto il resto, quasi metà del lavoro consisteva in citazioni da fonti francesi lasciate in lingua originale.
“Theory of the Earth”, l’opera di Hutton, è un eccellente candidato al titolo di testo scientifico importante meno letto (lo sarebbe sicuramente se non ve ne fossero molti altri). Perfino Charles Lyell, il più grande geologo del secolo successivo, un uomo capace di leggere qualsiasi cosa, confessò di non essere riuscito ad arrivare in fondo.
di Wislawa Szymboska



Dalla petraia lei scende nei campi. Come da un gradino di circo all’altro. Dislivello che il tempo colmerà. Dal momento che più veloce di quanto l’invada la petraia, l’altro suolo sotto la spinta dei suoi stessi sassi si solleva. Tutto questo senza alcun rumore per il momento. Il tempo porrà fine a questo silenzio. Questo grande silenzio sera e notte. Allora lungo tutti il limitare il rumore sordo di sasso contro sasso. Di quelli che dalla loro esuberanza debordano sugli emergenti. Dapprima di tanto in tanto. Poi via via più di frequente. Fino a confondersi in un continuo rullio. Con nessuno che lo intenda. Per poi a mano a mano che si pareggiano i livelli scemare nuovamente fino al silenzio. Sera e notte. Nel mentre eccola di nuovo seduta con i piedi nei campi. Diretta chi può dirlo alla tomba non fosse a mani vuote. Piuttosto dunque sulla via del ritorno. Di ritorno. Rigida fedele a se stessa fa l’effetto di essersi tramutata in pietra. Di faccia agli altri confini che l’occhio ha un bel chiudersi per mal intravedere. Finalmente appaiono per un istante. A nord là dove lei li oltrepassa sempre. Radiosa bruma stagnante. Dove dissolversi in paradiso.
(Samuel Beckett “Mal visto mal detto”)